Firenze 1422

Nella straordinaria Firenze del terzo decennio del Quattrocento, vivono artisti come Brunelleschi, Donatello, Ghiberti, Masaccio, Masolino, il Beato Angelico non ancora frate. E illustri committenti come Cosimo de’ Medici, non ancora signore della città, Palla Strozzi, i Quaratesi, Papa Martino V. L’arrivo di Gentile da Fabriano, pittore straniero e notissimo, che ha girato l’Italia di corte in corte, crea fermento, provoca gelosie e fazioni, attrae e respinge intelletti diversi.

martedì, settembre 13, 2005

1 - Sulla scia di Papa Martino


Anzelino tedesco, famiglio del magister Gentile di Niccolò. Tarda estate del 1420

E infine eccoci a Firenze. La città a lungo vagheggiata, la tappa di eccellenza della carriera del Maestro. Otto persone e otto cavalli. Non certo una carovana che passa inosservata sulle polverose strade dell’Appennino e lungo il verde corso dell’Arno. Per non parlare dei carri e delle masserizie.
All’inseguimento di Papa Martino V, il committente eccellente, il massimo sovrano del mondo e delle anime nostre. I suoi destini dovranno prima o poi congiungersi con quelli del massimo pittore oggi esistente, il nostro maestro Gentile.
Il magister lo segue e agogna lavorare per lui da quando ancora eravamo a Brescia. Non che fino ad allora non avessimo fortuna e onori e ricchezze. Ma nulla è comparabile ad essere il pittore del Papa. Come una volta Fabio Turpilio e Lucio Scipione lo erano stati dell’Imperatore romano.
Nulla pare che per il magister sia abbastanza: deve vedere Roma, la fonte dell’arte degli antichi, si vuole abbeverare a quella sorgente di cui ha letto e sentito favoleggiare negli anni passati. Lungo le coste adriatiche, dove quei romani antichi avevano lasciato tracce sublimi (a Fano, a Rimini), ma che comunque, si diceva, sarebbero impallidite di fronte alla magnificenza dei marmi e delle vestigia della Roma imperiale, della Roma vera. E l’arco di Fano, e la Rimini di Tiberio impallidivano: la contemplazione delle loro rovine poteva solo aumentare la sete del magister.
E allora via anche da lì. Via verso Venezia, i suoi ori, le sue spezie, le sue ricchezze di mosaici e acque. Venezia porta d’Oriente. Venezia erede della tradizione greca, di quel residuo di Impero che è stata Bisanzio la splendida.
Venezia che prometteva, ma forse illudeva. Nessun Parrasio, Zeusi, o Apelle si poteva incontrare lungo le calli umide e nebbiose.
E ancora via da lì, spinto da una ricerca inesauribile, da una sete che niente spegne, verso la Lombardia, porta del nord. Ché forse quel mondo d’Oltralpe non era solo ostico, estraneo, barbaro. In fondo era lui l’erede dell’Impero d’Occidente, dei Carolingi, degli Ottoni e dei loro preziosi tesori: gemme, materie prime nuove - l’azzurro della Magna che integrava e arricchiva la gamma dei blu accanto all’eterno lapislazzuli -, lacche, graffiti su foglie metalliche.
Ma era passato il Papa anche da là. Un’ombra bianca che aveva smorzato ori, mosaici, smalti. E aveva riacceso, con la sua sola presenza, il desiderio di Roma. Ma anche il desiderio di fama.
Seguire il Papa. Per le terre martoriate dalla guerra dei Visconti contro i Malatesta, ottenendo un salvacondotto: per sé e per otto del seguito. Tutto quello che viene nel mezzo, un breve e illusorio rientro a Fabriano e adesso questa tappa, Firenze, fa parte dell’inseguire il grande mecenate, il polo di attrazione. Che una volta l'aveva si era volto verso di lui, l'aveva chiamato, come non manca di ricordare il magister nel richiedere un salvacondotto per poter raggiungere lui, il papa Martino V, “che volse… che io glie promettesse andar daluy finita questa capella che aveva comenzata al signor messer Pandolfo”.

lunedì, settembre 12, 2005

1403 - Laudatio Florentinae Urbis -



    "Essa città è tale che niuna cosa più ornata e splendida in tutto il mondo si può trovare ...Si tu hai piacere delle antichità, troverai molti segni e reliquie di quella et, se di chose nuove ti diletti, niuna più magnifica o più splendida chosa si vede che i nuovi edificii...Il fiume che per mezzo la città correndo passa, non sarebbe agevole a dire se dae più di utilità che di piacere...Paiono i colli ridere et pare da loro uscire et intorno spandersi una alegrezza, la quale chiunque vede et sente non ne possi satiare; per tale che tutta questa regione si può meritatamente riputare et chiamarsi uno paradiso, a la quale né per bellezza né per alegrezza in tutto il mondo si trovi pari".

    Leonardo Bruni